«

»

Feb 12 2014

RECENSIONE: Senso tipico e profezia in Søren Kierkegaard

IGOR TAVILLA, Senso tipico e profezia in Søren Kierkegaard. Verso una definizione del fondamento biblico della categoria di Gjentagelse, Mimesis, Milano-Udine 2012.

Di Luigi-Gabrio Sauchelli

Senso tipico e profezia in Søren KierkegaardA parte alcune nozioni manualistiche apprese al liceo, ho conosciuto Søren Kierkegaard all’Università di Pisa, grazie al corso di Filosofia della Religione: per me, Timore e Tremore fu per alcuni mesi una specie di cantiere aperto, in concomitanza con gli studi d’ebraico antico. Sarà forse stata questa fortunata coincidenza, per altro oggi assolutamente impensabile, per come è stato modificato l’Ordinamento degli Studi, a permettermi di ‘traguardare’ il Danese e il suo mondo in una chiave poco usata. Il termine Gjentagelse mi era allora appena noto attraverso gli estratti posti in premessa all’edizione BUR di Timore e Tremore. Leggendo il lavoro di Tavilla, Senso tipico e profezia in Søren Kierkegaard. Verso una definizione del fondamento biblico della categoria di Gjentagelse, ho potuto apprezzare quanto sia problematico tradurre questo termine senza tradire “i suoi desiderati malintesi e le sue implicite declinazioni” (p. 23).

La ripetizione-ripresa-riconciliazione sta anzitutto nel rapportarsi dell’enunciato biblico con se stesso ma anche in ciò che considero il fulcro ermeneutico tra il ritmo della lettera e quello di chi la interpreta: una proustiana intermittenza del cuore. È proprio il tempo dell’interiorità, centro di gravitazione dell’intera opera proustiana, la dimensione fondamentale della ripresa-Gjentagelse. Come, infatti, in Proust il tempo sarebbe tempo perduto se trascorso soltanto a ricordare, così nella Bibbia la “ripresa” offre l’occasione per un continuo rivitalizzare, che inerisce dapprima la rivelazione stessa, ma che coinvolge poi la vita e la proposta filosofica dello stesso Kierkegaard.

Rivitalizzazione dell’antico nel nuovo, riferendoci al codice biblico, animato dal senso tipico tra le due alleanze (l’Antica nella forma di oscura promessa, la Nuova di esplicito compimento), ma anche rivitalizzazione della Bibbia tutta nella vita del fruitore (credente?, non credente?, intanto beneficiario), quale inabitazione, cioè quale autentico dimorare della Parola nella vita di chi ascolta o addirittura accoglie. Da qui, in Kierkegaard, il ri(n)corrersi, che Tavilla (rin)traccia, del tempo della Legge e del tempo della Grazia, sullo sfondo, riproposto nei suoi lineamenti essenziali, della teologia biblica ottocentesca, danese e tedesca.

Un costrutto metodologico, quello della ripresa-Gjentagelse, che, dal tempo perduto e ripreso – tanto per rimanere in un’ottica proustiana -, riesce a restituire (omnis restitutio est inventio) un tempo ritrovato nel senso di tempo riscoperto, rivelato e dunque compiuto: biblico compimento, del tempo e dei tempi, ma per l’uomo che frequenta e vive, confessionalmente, l’inabitazione della Scrittura. Nel fare ciò Tavilla ci mostra come i passi biblici si declinino, nella produzione kierkegaardiana da Enten/Eller a Timore e Tremore, ma non solo, in una narrazione tipologica e concorrano alla genesi della categoria in questione. Il lavoro procede da una solida autoformazione, che permette a Tavilla di ponderare fonti di diversa caratura: dai lavori d’inferenza statistica sulle occorrenze bibliche in Kierkegaard di McKinnon, a quelli di Wahl, Morimoto e Pons, ma anche pensatori della storia come Löwith e teologi come Daniélou, sino a promuovere, coraggiosamente, gli argomenti di un non filosofo ma studioso di letteratura, il Frye, il quale, esaminando più l’atto del produrre letterario di Kierkegaard che il suo contenuto, conferisce al discorso filosofico una veste semantica inedita, e di riflesso una nuova collocazione di senso alle opere del Danese.

Manca, e si segnala come l’unica pecca del libro, un’indicizzazione delle fonti bibliche, non nel Kierkegaard, che Tavilla suggerisce, quanto piuttosto nello stesso “Senso Tipico e Profezia …”: dalla Lettera ai Romani, citata più volte e in passi nevralgici, alle Lettere ai Corinzi riguardo temi quali la carità, la grazia, il matrimonio. Avrebbe giovato, insomma, uno strumento che consentisse uno sguardo d’insieme sulle fonti scritturali chiamate dall’autore a supporto della propria tesi.