Presentazione

 

La Società Italiana per gli Studi Kierkegaardiani (S.I.S.K.) è nata nel giugno 1999 allo scopo di promuovere la conoscenza e la diffusione dell’opera di Søren Kierkegaard in Italia.
Essa intende creare e favorire momenti di confronto e di collaborazione tra gli studiosi italiani e stranieri, e allo stesso tempo svolgere una funzione di servizio nei confronti di coloro che iniziano ad accostarsi allo studio del filosofo danese.
A questo scopo la S.I.S.K. si adopera all’organizzazione di convegni nazionali e internazionali (in genere con cadenza biennale) su problematiche kierkegaardiane o affini al pensiero di Kierkegaard, promuove l’attivazione di corsi intensivi di lingua danese e cura la pubblicazione della rivista «NotaBene», che si articola in volumi monografici concernenti di volta in volta una tematica specifica della riflessione kierkegaardiana.
L’adesione alla Società è aperta a tutti coloro che sono interessati al suo programma e desiderano favorirne le attività mediante una quota associativa annuale.

 

 

 

Appuntamenti e novità

 

Corso intensivo di lingua e letteratura danese

Venezia, 2-23 luglio 2009

scarica la locandina

 

 

 

 

 

Grazie al contributo del Ministero danese e allo scopo di promuovere la conoscenza della lingua e della cultura danese, la Società Italiana per gli Studi Kierkegaardiani organizza un corso intensivo di lingua danese della durata di tre settimane. Le lezioni si svolgeranno presso la sede di Lettere e Filosofia dell’Università Ca’ Foscari da giovedì 3 luglio a mercoledì 23, ogni mattina dal lunedì al venerdì con il seguente orario:
9 – 11 : corso base per principianti
11 – 13: corso avanzato, per chi ha già studiato la lingua danese e desidera approfondirne la conoscenza
Il programma prevede inoltre la lettura di testi di autori danesi, quali S. Kierkegaard e H. C. Andersen.
I libri di testo saranno acquistabili in fotocopia già dall’inizio del corso. Le lezioni saranno tenute dalla prof.ssa Inger Marie Willert Bortignon, docente di Lingua e Letteratura Danese all’Università Statale di Milano.
Oltre all’attestato di frequenza e profitto, è previsto per questo corso il riconoscimento di 3 c.f.u. La quota d’iscrizione è di 10 euro.
Per ulteriori informazioni e iscrizioni: laura.liva@libero.it

 

In libreria

 

Roberto Garaventa
Angoscia e peccato in Søren Kierkegaard

Aracne Editrice

 

Roberto Garaventa elenca i motivi per i quali la riflessione teologica di Kierkegaard ci aiuta a capire i concetti di peccato, angoscia e libertà in un tempo come il nostro che vive di paure.

acquista il volume

leggi la recensione

 

§§§

 

Ingrid Basso
Kierkegaard uditore di Schelling

Mimesis Edizioni

 

 

Che cosa è rimasto delle lezioni di Schelling udite da Kierkegaard a Berlino tra il novembre 1841 e il marzo 1842 nell'opera del filosofo danese? Il primo corso berlinese sulla Filosofia della Rivelazione tenuto dal vecchio Schelling nella cattedra che appartenne già a Fichte e poi a Hegel rappresenta nella storia del pensiero filosofico occidentale un vero e proprio "evento", fervidamente atteso tanto dai seguaci del filosofo quanto dai suoi detrattori. Werder, Savigny, Trendelenburg, Feuerbach, Strauss, Burckhardt, Engels, Bakunin e il giovane Kierkegaard sono solo alcuni tra i nomi degli ascoltatori che nel giorno della lezione inaugurale affollavano un'aula così satura da voler quasi rischiare di "mettere a repentaglio la propria vita", come si espresse ironicamente in seguito il filosofo di Copenhagen. Tuttavia, se generale fu l'entusiasmo che accompagnò l'attesa dell'evento, altrettanto generale e intensa fu la delusione che ne seguì.
Questo saggio indaga sulla ricezione kierkegaardiana della spaetsphilosophie di Schelling, cercando di evidenziare cosa sia rimasto di Schelling nell'opera di Kierkegaard, non soltanto nella sua funzione "anti-hegeliana", ma anche in direzione positiva. Si cercherà così di chiarire perché Kierkegaard abbia potuto affermare di aver posto "tutta la propria speranza" in Schelling, e perché e in quale misura questa speranza sia stata delusa.

Ingrid Basso (1976) è laureata in Filosofia all'Università Cattolica di Milano e dottore di ricerca presso la Scuola Internazionale di Alti Studi della Fondazione Collegio San Carlo di Modena. Ha approfondito il pensiero di Kierkegaard come research fellow presso il Soren Kierkegaard Research Center all'Università di Copenhagen e la Howard V. and Edna H. Hong Kierkegaard Library del St. Olaf College, Northfield, Miinnesota USA. Ha pubblicato diversi articoli in lingua italiana e inglese e ha tradotto gli appunti kierkegaardiani delle lezioni berlinesi di Schelling sulla Filosofia della Rivelazione 1841-1842.

ulteriori informazioni

acquista il volume

 

§§§

 

NotaBene VI - 6/2007
La profondità della scena. Il teatro visitato da Kierkegaard, Kierkegaard visitato dal teatro

Il Nuovo Melangolo

 

 

Col volume 6 di NotaBene, La Profondità della scena. Il teatro visitato da Kierkegaard, Kierkegaard visitato dal teatro, a cura di Isabella Adinolfi e Inge Lise Rasmussen, si è cercato di dimostrare quanto strettamente il filosofo danese fosse legato al mondo del teatro. È vero che non esistono pièces teatrali firmate da Kierkegaard, ma esistono numerosi suoi testi sul teatro. E molti sono gli scrittori di teatro che hanno nelle loro opere numerosi referimenti, più o meno evidenti, al suo pensiero filosofico.
La Prefazione e l’Introduzione sono firmate dalle curatrici. Seguono saggi di Claus Damgaard, Isabella Adinolfi, Finn Hauberg Mortensen, Bo Elbrønd-Bek, Joakim Garff, Inge Lise Rasmussen, Leonardo Lisi, Ingrid Basso, Enrico Cerasi e Sergio Fabio Berardini, mentre Simonella Davini introduce e traduce un inedito kierkegaardiano di critica teatrale. Ingrid Basso, invece, ha tradotto i quattro saggi, di Damgaard, Hauberg Mortensen, Elbrønd-Bek e Garff, che originariamente erano stati redatti in lingua danese.

acquista il volume

leggi la recensione

 

Articoli e recensioni

 

Profonda attualità di Søren Kierkegaard

in margine a Roberto Garaventa,
Angoscia e peccato in Søren Kierkegaard

Aracne, Roma 2007

 

di Franco Macchi

(da "Riforma", 23 marzo 2008)

 

Dell’attualità di Kierkegaard è una dimostrazione un saggio pubblicato recentemente*, nel quale Roberto Garaventa, docente di Filosofia all’Università di Chieti, approfondisce i termini in cui Kierkegaard ripensò il peccato originale, un tema classico della teologia cristiana. Un tema che, occorre aggiungere, oltre che classico, è anche fondamentale per capire l’antropologia che le sue formulazioni sottintendono. Si segnalano solo un paio di motivi che spingono a consigliare la lettura di questo libro.
Il primo motivo è la lezione di coraggio e di autonomia intellettuale che Kierkegaard impartì ai teologi del suo tempo e che è valida ancora oggi. Il peccato, pensava il filosofo-teologo danese, richiede sempre una decisione volontaria e responsabile dell’uomo, non può quindi essere inteso come una condizione universale priva di responsabilità individuale in quanto ereditata per generazione. Ci voleva un notevole coraggio a fare questa affermazione allora, come ce ne vuole ancora oggi per un cristiano e specialmente per un cattolico. Voleva dire andare contro uno dei dogmi più consolidati e più condivisi dalle chiese cristiane, da quella cattolica a quelle nate dalla Riforma. Per la stragrande maggioranza delle confessioni cristiane è ancora oggi temerario mettere in discussione l’ereditarietà del peccato commesso da Adamo ed Eva. Occorrerebbe, fra l’altro, ripensare tutta la soteriologia, la cristologia, la storia della salvezza, la stessa teologia sacramentaria, sicuramente la sezione dedicata al battesimo.
Vi è un secondo punto di notevole interesse messo a fuoco da Garaventa. Kierkegaard operò un netto strappo rispetto alla tradizione millenaria della teologia cristiana, separando il peccato in quanto atto della volontà, dalla stretta connessione fra l’uomo e il mondo fisico-naturale, biologico e animale in cui è immerso. Se è vera la tesi di Kierkegaard, occorre affermare che non è con il peccato che entrano nel mondo il limite, il dolore, la sofferenza, il disordine e la morte. Tutte queste realtà erano presenti nel mondo anche prima del peccato di Adamo. Mentre la natura è governata dalla necessità, la vita animale dall’istinto, che è un principio fondamentalmente determinista, l’uomo è l’unico essere creato dotato di intelligenza e di volontà e quindi della capacità di decidere. Per Kierkegaard è la libertà, cioè la necessità di scegliere fra le varie possibilità, che crea l’angoscia, questa sì una condizione universale, e che porta l’uomo a fare scelte errate perché dettate dal finito e non dall’Infinito, e quindi a fare un salto nella finitezza, compromettendo il suo rapporto con l’Assoluto. Questo, sostiene lo scrittore danese, è il peccato personale che tutti commettono. Ma questo atto, compreso quello del primo uomo, non è il frutto di un rifiuto della condizione di armonia e felicità naturale di un Adamo astorico, vissuto in una natura altrettanto astorica e astratta. Il peccato è per Kierkegaard il segno e l’origine della storia umana. Il peccato, potremmo dire in termini più attuali, è un evento storico e culturale, dal quale nasce anche la problematicità del rapporto fra l’umanità e il cosmo, che viene interpretato e governato da scelte autonome degli uomini, i quali ne determinano anche le forme di esistenza, fino a metterne in pericolo la stessa sopravvivenza.
Infine, terzo e ultimo motivo, lo studio di Garaventa è prezioso perché indica con precisione le questioni che Kierkegaard non risolve e lascia aperte sia dal punto di vista filosofico, sia dal punto di vista teologico. Merito del docente dell’Università di Chieti è però anche quello di avere messo in evidenza come le tesi dello scrittore danese abbiano influenzato il pensiero contemporaneo. In particolare egli mette bene in luce quanto Eugen Drewermann nella sua opera apprezzi e faccia espressamente tesoro dei concetti di peccato, di angoscia e di libertà elaborati da Kierkegaard. Per un lettore evangelico, poi, è particolarmente interessante scoprire, come fa Garaventa, che Drewermann, teologo cattolico, attraverso la lettura dei testi di Kierkegaard (che in campo protestante è sospettato di ridurre la scelta religiosa a un atto puramente umano e quindi di relativizzare il principio luterano della sola gratia) maturi la convinzione che la liberazione dall’angoscia e dal peccato è possibile solo come dono offerto all’uomo gratuitamente da Dio.

§§§

 

Un interessante volume a cura di Isabella Adinolfi e Inge Lise Rasmussen

in margine a NotaBene VI, La profondità della scena. Il teatro visitato da Kierkegaard, Kierkegaard visitato dal teatro

Il Nuovo Melangolo , Genova 2008

 

di Elio Matassi

(da "Avanti!" del 25 giugno 2008 )

 

"Non c'è sicuramente giovane con un po' di fantasia che non abbia subito una volta l'incanto del teatro e desiderato di essere rapito anch'egli in quella realtà fittizia per vedersi ed udirsi come un sosia, per disperdersi in ogni sua possibile diversità da se stesso. Naturalmente è in un'età molto tenera che si manifesta una voglia simile. Solo la fantasia è attiva nel suo sogno della personalità, tutto il resto dorme ancora sodo. In una siffatta visione fantastica di sé l'individuo non è una figura reale, bensì un'ombra sola, o meglio, la figura reale è presente in modo invisibile e perciò non si contenta di gettare un'ombra sola, ma l'individuo ha una quantità di ombre che gli assomigliano tutte e che hanno egual diritto a coincidere momentaneamente con lui stesso".
Così scriveva Kierkegaard ne “La ripetizione", un testo del 1843, e in "Enter-Eller" la sua opera giovanile più celebre e importante, la passione per il teatro è di fatto testimoniata da quattro saggi dedicati al "Don Giovanni" mozartiano, ad una rilettura molto personale dell"'Antigone" sofoclea, all'analisi di alcune figure femminili di sedotte e abbandonate presenti nelle opere teatrali di Goethe - "Clavigo" e "Faust" - e ad una interpretazione ironica di una commedia di Scribe, "Il primo amore". Ad interessare il giovane scrittore era, dunque, il teatro in tutte le sue forme ed espressioni, dall'opera lirica alla tragedia classica e moderna, fino alla commedia più brillante e leggera. Ma ben al di là di tali ragioni estrinseco-biografiche vi è una motivazione molto più profonda, di carattere filosofico generale, a governare il rapporto tra Kierkegaard e il teatro.
Vi è, in proposito, una pagina di una delle opere capitali della filosofia della seconda parte del Novecento, "Differenza e ripetizione" di Gilles Deleuze, che penetra dentro tale indissolubile legame: ". . . con Kierkegaard e Nietzsche comincia qualcosa di completamente nuovo. Essi non considerano più il teatro alla maniera hegeliana, non fanno più un teatro filosofico, ma inventano, per la filosofia, uno straordinario equivalente di teatro e in questo modo costruiscono un teatro dell'awenire e insieme una filosofia nuova. Ma una cosa è certa: quando Kierkegaard parla del teatro antico e del dramma moderno, la realtà è già mutata, si è usciti dall'ambito della riflessione. Il filosofo ora vive il problema delle maschere, sperimenta il volto interiore proprio della maschera e cerca di colmarlo, di riempirlo, magari con ciò che è 'assolutamente indifferente', in altre parole introducendovi tutta la differenza del finito e dell'infinito e creando così l'idea di un teatro dello humor e della fede".
Quando Kierkegaard spiega che il cavaliere della fede somiglia sorprendentemente a un borghese vestito a festa, quest'annotazione filosofica va presa come un'annotazione da regista che mostra come il cavaliere della fede debba essere rappresentato. E quando commenta Giobbe o Abramo e immagina le varianti della storia di "Agnese e il Tritone", la tecnica non inganna, poiché è sempre quella di una sceneggiatura. Perfino in Abramo ed in Giobbe risuona la musica di Mozart: si tratta di un "saltare" sulle ali di questa musica. "Non bado che ai movimenti", ecco una frase da regista, che pone il più alto problema teatrale il problema di un movimento destinato a toccare direttamente l'anima, ad essere il moto dell'anima. Su questo rapporto così intenso e profondo è uscito il sesto Quaderno di studi kierkegaardiani, in Nota Bene, l'importante annuario, dal titolo, "La profondità della scena. Il teatro visitato da Kierkegaard, Kierkegaard visitato dal teatro/', a cura di Isabella Adinolfi e Inge Lise Rasmussen (Il nuovo Melangolo).
Dopo le lucide introduzioni di Isabella Adinolfi e Inge Lise Rasmussen, vi son ben dieci sostanziosi contributi di Claus Damgaard, di Isabella Adinolfi, di Finn Hauberg Mortensen, di Bo Elbrond-Bek, di Joakim Garff, di Inge Lise Rasmussen, Leonardo Lisi, Ingrid Basso, Enrico Cerasi, Sergio Fabio Berardini, ed in più la traduzione di un prezioso inedito della critica teatrale dello stesso Kierkegaard, curato da Simonella Davini, "Il Sign. Phister nel ruolo di Capitan Scipione (nell'opera comica Ludovic). Un ricordo per il ricordo".
Nel suo stimolante saggio, "Metamorfosi filosofiche di Antigone. Lettura hegeliana e kierkegaardiana della tragedia di Sofocle", Isabella Adinolfi chiarisce con finezza l'identificazione di Kierkegaard con l'eroina: "Se l'Antigone di Sofocle va incontro alla morte per onorare il fratello, per dargli sepoltura, l'Antigone kierkegaardiana muore per non disonorare il padre, divenendo lei stessa la tomba m cui seppellire il segreto. Nella nuova Antigone il tragico si compie allora tramite l'oblazione di sé dell'eroina, che, per fedeltà alla memoria del padre, rinuncia all'amore, alla felicità, alla vita" (p. 67). Ed ancora nel saggio di Entrico Cerasi, "La realtà della maschera. Su Kierkegaard e Pirandello" si argomenta plausibilmente che con Kierkegaard e diversamente da Hegel e dalla riforma teatrale auspicata da Diderot inizia il teatro dell'autenticità che ritrova in Stanislavskij e in Pirandello due diversi ma rilevanti esponenti. Kierkegaard, Stanislavskij e Pirandello stanno tutti dalla stessa parte difendendo l'autonomia dell'arte contro lo strapotere della scienza.
Non bisogna dimenticare, come annota sottilmente Isabella Adinolfi, nella sua prefazione che Kierkegaard è animato e attraversàto da uno spirito dialettico, è una sorta di Giano bifronte: ". . . se da un lato ci fa sentire la potente seduzione del teatro, dall'altro ha anche ben visto questo pericolo e nelle pagine indimenticabili de 'La malattia mortale', in cui descrive il sé che vive nella dimensione della possibilità, nel medio della fantasia, rifiutando il confronto con la dura necessità del vivere, ha chiamato questa fuga dalla realtà con il suo vero nome: disperazione" (p. 9). La vocazione di Kierkegaard è, dunque, una vocazione intrinsecamente teatrale.

§§§

 

Kierkegaard e la scittura come pensiero

in margine a Umberto Regina, Kierkegaard. L'arte di esistere

Morcelliana, Brescia 2005

 

di Diego Giordano

(da "Filosofia e Teologia" XX, vol. 2, 2006)

 

Comprendere l’intima congiuntura che lega il Kierkegaard pensatore e il Kierkegaard scrittore significa entrare in possesso della chiave per accedere a tutta la sua produzione. Il libro di U. Regina, Kierkegaard. L’arte di esistere, si muove in questa direzione.

In Il punto di vista della mia attività di scrittore Kierkegaard, prendendo in esame la propria opera e il suo significato, afferma di essere stato, fin da Enten-Eller (1843), uno «scrittore religioso» (jeg er og var en religioes Forfatter). Uno scrittore religioso che non si considera né un pastore, perché una cosa è la cristianità un’altra il cristianesimo (e quest’ultimo non può essere insegnato), né tanto meno un professore, visto che, come egli dice, si è onestamente astenuto dal docere. La figura del professore anzi esprime quella tendenza per la quale la religione si riduce ad una questione dotta; ma «il Cristianesimo non è una dottrina, bensì una comunicazione d’esistenza» e in quanto tale va vissuto, sperimentato da ognuno in maniera specifica, singolare, unica. Anche Heidegger, che in Essere e Tempo attribuisce a Kierkegaard la qualifica di «filosofo creativo», in Holzwege lo definisce non un filosofo bensì uno «scrittore religioso». Tutta la produzione letteraria di Kierkegaard si sviluppa infatti sotto questa luce: «risvegliare l’attenzione sul religioso, sul cristiano, ma senza autorità». Da buon socratico egli è convinto, a ragione, che la virtù non possa essere oggetto di insegnamento, ancor di più se come «succede con i filosofi (così con Hegel come con tutti gli altri) [...] essi vivono in categorie diverse da quelle in cui speculano».

La dialettica di Kierkegaard è tante dialettiche che, seppur mai concluse, si fanno portatrici di una tensione verso il vero, di un procedere maieutico che il Socrate del Nord, come scrive H. De Lubac, interpreta attraverso l’utilizzo della serie degli pseudonimi, ognuno dei quali racchiude sì una prospettiva ma, appunto per questo, volta a indicare un possibile percorso d’esistenza. Ma non solo. Gli pseudonimi non sono giochi letterari e non hanno nella persona di Kierkegaard una ragione casuale. Essi hanno «una ragione essenziale nella stessa produzione, la quale a motivo dello stile della battuta, della varietà psicologica delle differenze individuali, esigeva dal punto di vista poetico la spregiudicatezza nel bene e nel male» (S. Kierkegaard, Postilla non scientifica, a cura di C. Fabro, Bologna 1962, vol. II, p. 423). Perché nel bene e nel male l’ideale rimane pur sempre quello di «volere una cosa sola»: tenersi alla presenza di Dio. L’Urskrift di Kierkegaard, scrive Regina, consiste in una visione dell’uomo basata non sulla sua essenza, bensì sull’uguaglianza di tutti gli uomini; essere uomo significa infatti essere ugualmente e incondizionatamente vicino a Dio. “Scrittura originaria dell’esistenza” può allora essere inteso in duplice modo: uno genitivo e l’altro oggettivo. Ossia la Scrittura riguarda sì l’esistenza, ma le appartiene anche; è proprio questa esistenza a richiedere d’esser scritta e pensata nel suo significato originario ed essenziale. È inessenziale invece ogni verità che non si prenda cura, non susciti «inter-esse» nei confronti del mio stesso essere. La verità intesa come Gegenstand o funzionalità, non trova riscontro in colui che ha «sempre torto di fronte a Dio». Le dimostrazioni dell’immortalità dell’anima e dell’esistenza di Dio ricadono sotto la petitio principi, fallacie che danno per dimostrata, o assumono tra le premesse, la conclusione che si vorrebbe dimostrare. Non si cade invece in argomentazioni circolari lì dove a essere in gioco è la «verità per me», «l’idea per la quale devo vivere e morire».

Nella riflessione di Kierkegaard a farne le spese è l’intera tradizione metafisica. Il Logocentrismo, nella definizione di Deridda, ossia il privilegio che la filosofia ha sempre attribuito al logos come sede di verità e certezza, viene strategicamente messo sotto scacco.In una significativa pagina del Diario è scritto: «Non sono le ragioni a fondare le convinzioni, ma le convinzioni che fondano le ragioni. Tutto ciò che precede non è che studio preparatorio, fase preliminare, qualcosa che sfuma appena viene la convinzione che tutto trasforma ovvero inverte la situazione. Altrimenti non ci sarebbe alcun riposo nella convinzione. Perché una convinzione a quel modo consisterebbe nel riflettere continuamente sulle ragioni» (S. Kierkegaard, Diario, a cura di C. Fabro, Milano 2000, pp. 323-324, n. 1881, corsivo mio). In quest’ottica allora spetta alla verità prendersi cura del soggetto-uomo edisporlo nei confronti del suo vero interesse.

Dall’interesse dell’uomo nei confronti di se stesso emerge però qualcos’altro. L’uomo rapportandosi a se stesso si rapporta a un Altro. Il rapporto è di natura scambievole. La verità dispone l’uomo nell’orizzonte entro cui essa stessa può essere accolta dall’uomo. Ciò che U. Regina sottolinea nel suo libro è questo: l’uomo è e resta un rapporto, perché se fosse una «sostanza» ogni rapportarsi sarebbe «accidentale». Il riferimento costante, in relazione al quale si struttura la certezza soggettiva, è il soggetto stesso, il quale ha ricevuto da Dio la «condizione» per rapportarsi a se stesso e quindi all’altro da sé, al Trascendente. In tal modo l’uomo si «rapporta assolutamente al τέλος assoluto e relativamente ai τέλη relativi». Ciò significa che i “termini” relativi, che possono essere per esempio le decisioni di cui ogni individuo, nell’esercizio della propria libertà, si fa carico durante l’arco della propria esistenza, assumono un senso solo alla luce del “termine” assoluto, cioè di Dio. E il rapporto con il divino qualifica e dà valore all’esistenza dell’uomo. Anche la condizione, che l’uomo riceve da Dio, è trascendente; essa cioè dovrà prima essere data. L’uomo è posto nella condizione di ricevere la verità perché Dio si è comunicato all’uomo nella persona di Cristo. Kierkegaard mette in rilievo l’importanza dellacondizione che permette all’uomo (o al discepolo) di ricevere la verità, poiché la condizione, la quale è essenziale, consente un nuovo positivo rapporto alla verità. «Il Maestro è allora Dio stesso, il quale agendo come condizione fa sì che il discepolo si ricordi ch’egli è la non-verità […] Quindi il Maestro è Dio che dà la condizione e dà la verità […] Come chiameremo ora un siffatto maestro che dà la condizione e con essa la verità? Chiamiamolo Salvatore, poiché egli salva il discepolo dalla non-libertà, lo libera da se stesso» (S. Kierkegaard, Briciole di filosofia, Bologna 1962, vol. I, pp. 105-106-107). Il «Momento» (Øjeblikket) in cui Dio si è manifestato all’uomo (e lo ha fatto non per necessità ma per puro amore) è il «rapportarsi nel tempo all’Eterno-nel-tempo». È «l’invenzione impossibile per antonomasia», nella definizione di Regina. La realtà storica del «Momento» non è solo qualcosa di storico ma è ciò che soltanto in forza dell’assurdo, ossia contro la propria natura, può diventare storico: «Il fatto che il Figlio di Dio si sia fatto uomo, è il supremo paradosso metafisico e religioso». L’unica strada praticabile per attingere il paradosso supremo è quella di at blive Christen («diventare cristiani»). E questo è il Total-Tanke («pensiero totale») che il filosofo danese persegue fin dall’inizio della sua opera.

Se il razionalismo neoscolastico ha fallito nel suo tentativo di voler ricostruire i praeambula fidei con una ragione del tutto indipendente dalla fede, con una certezza puramente razionale, anche la teologia hegeliana e liberale si arena nei confronti di un cristianesimo che «non è una dottrina, ma esprime una contraddizione». Contraddizione che vive sia del «significato intelligibile del dato» che «di quei significati che hanno a che fare con il “senso offerto”» sul quale si compagina l’esperienza religiosa (S. Sorrentino, Realtà del senso e universo religioso, Roma 2004, p. 70). Questo non vuol dire che per Kierkegaard il pensiero debba essere tagliato fuori dal rapportarsi a Dio, anzi. Come rileva U. Regina «senza l’esperienza di ciò che non può pensare, il pensiero non potrebbe nemmeno amare se stesso» perché «una ragione che ama pensare incontra in ciò che non può pensare ciò che più le dà da pensare». Ed è questa la Tänkningens Lidenskab («passione del pensiero»); pensiero che accetta il proprio tramonto quando accetta l’”urto” (Anstödet) del paradosso, dell’invenzione impossibile, del cristianesimo.

Di questi compiti, ma non solo, Søren Kierkegaard ha reso ambasciatrice la propria Scrittura, che si pone, nel suo esplorare l’uomo interiore, come punto di riferimento obbligato per una Existenzerhellung dell’uomo contemporaneo.

ulteriori informazioni

acquista il volume

 

 

 

Segretario: Diego Giordano
Redazione: Via Guido Cucci, 46
84014 - Nocera Inferiore (SA)

人気 DVD 通販 DVD DVD SHOP 日本ドラマ DVD 日本アニメ DVD 韓国ドラマ DVD 海外ドラマ DVD 映画 DVD 文化芸術 DVD お笑い系 DVD フィットネス DVD LIVE DVD ほかの商品 DVD 宮崎駿 動画 宫崎骏 DVD ピアノの森 DVD 崖の上のポニョ DVD ハウルの動く城 DVD 猫の恩返し DVD 千と千尋の神隠し DVD もののけ姫 DVD 耳をすませば DVD 紅の豚 DVD 魔女の宅急便 DVD 火垂るの墓 DVD となりのトトロ DVD 天空の城ラピュタ DVD 風の谷のナウシカ DVD ルパン三世 カリオストロの城 DVD 太陽の王子 ホルスの大冒険 DVD ピアノの森 動画 崖の上のポニョ 動画 ハウルの動く城 動画 猫の恩返し 動画 千と千尋の神隠し 動画 もののけ姫 動画 耳をすませば 動画 紅の豚 動画 魔女の宅急便 動画 火垂るの墓 動画 となりのトトロ 動画 天空の城ラピュタ 動画 風の谷のナウシカ 動画 ルパン三世 カリオストロの城 動画 太陽の王子 ホルスの大冒険 動画